un affacciarsi sul tempo

Gianfranco Costantiello
UN AFFACCIARSI SUL TEMPO:
‘FLOR DA BAIXA’ E I ‘VIDEODIARI’ DI MAURO SANTINI

Le immagini nel cinema di Santini sono lo scarto di uno sguardo diaframmatico, interiore, evanescente. Docile reclamo verso la finitezza dell’inquadratura, limite che, prima ancora, è proprio dell’occhio, impreparato a trattenere lo spazio intorno. Si susseguono come in un sogno: rincorrono e descrivono traiettorie di luce e buio, oltrepassano soglie e varchi, si sgranano fino a cogliere l’impenetrabile che è scosso dai sussulti di ciò che resta fuori campo. La loro contiguità, se penso soprattutto al lungometraggio Flòr da baixa, viene tenuta dal sonoro ‒ che intreccia fuggevoli ascensioni musicali al respiro segreto delle stanze d’albergo, al tramestio delle strade, allo sciabordio delle onde che torna spesso come a suggerire l’andirivieni, il moto ondoso dell’immagine che appare, schiuma e si perde ‒ e dal ri-attraversamento di un corpo-fantasma di donna che guarda dalla finestra, ché il cinema di Santini è un affacciarsi sul tempo.

Tempo, la cui trama si fa palpabile, tangibile, e dunque visibile, nei cortometraggi, accordandosi all’immagine, che è sempre in divenire, che è sempre un’altra. A far naufragare la sua già sfuggente composizione, vi è anche un uso massiccio della sovraimpressione, a sfumare le forme, sommergere i corpi, simulare il movimento infaticabile del mare.
Flòr da BaixaDa qui sopra il mare, Petit memoireFermo del tempoDa lontanoDietro i vetriDi ritorno: questi i titoli dei Videodiari, girati in una continuità temporale che va dal 2001 al 2005, e che già in seno al loro lapidario annunciarsi lasciano presagire una barriera invalicabile o una marcata distanza che non considera alcuna (ri)congiunzione tra l’io che pensa, che vede, che ricorda e la cosa pensata, veduta, ricordata (o forse, e meglio, è la cosa che ci pensa, ci vede, ci ricorda). L’immagine si piega, rifrange su se stessa erosa dalla cadenza dell’oblio e dalla risonanza di un qualcosa che deve ancora venire, e si stempera in una schermata bianca (Fermo del tempoDa lontanoDietro i vetri), nell’azzurro pastello del cielo dietro la dissolvenza di una piccola nuvola (Dietro i vetri), nella screpolatura del muro di una casa d’infanzia, su cui s’imprime, leggera come il vento d’estate, una vecchia foto di famiglia (Di ritorno).
Il regista sembra allontanarsi dal cinema. Recettivo al più piccolo fremito di luce (e del bianco) e invaghito delle fascinazioni dell’ombra (e dunque del nero), sembra attraversare il territorio liminale e dematerializzante della video-arte. Una video-arte che pare germinare e riproporre le dinamiche di certa arte novecentesca: s’intercetta vagamente, negli astratti interludi immaginali, la sgocciolatura e stratificazione cromatica à la Jackson Pollock (tant’è che la lenta caduta della pioggia-neve all’apparire del titolo Flòr da Baixa ricorda la tecnica del dripping), l’austera tensione al grigio e al nero dell’ultimo Rothko, i riflessi del nuovo reale dell’Anthropométrie di Yves Klein (le ombre, il corpo che svanisce in Da lontano).

Decisivo è il peso della musica, curata dallo stesso regista, che spesso si è avvalso del prezioso supporto di Mario Mariani (Di ritornoDa lontanoFermo del tempo) compositore pesarese che ripensa gli spazi e la natura attraverso quella che lui chiama «composizione istantanea transpersonale» (rimando alla sua intervista su ambienteambienti.com).
Così, l’immagine smargina attraverso le nebbie di un field recording che lascia affiorare suoni ora sinistri (voci nel tempo ‒ lasciatemi giocare con un appropriato titolo di Piavoli ‒ distorte e indecifrabili), ora celestiali (ancora il mare, il frinire e il fruscio di una giornata d’estate, la musica che frange la bordatura dell’immagine col suo trascinante pathos).
Intrise di un sentimento di perdita, segno residuale di un tempo andato, ma che arranca nelle pieghe del presente e di un tempo a venire che si sa già mancante, le immagini dei Videodiari non nascondono lo smarrimento, misto a una punta di sconforto e inquietudine, come quello che prende di soprassalto quando ci si scopre riemergere alle contingenze fisiche della realtà dopo esser caduti, senza avviso e febbrilmente, nel rimuginio del tempo.

Pubblicato su ‘Uzak 09’, inverno 2013

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