videodiari

Gianluca Pulsoni
MAURO SANTINI: L’INCANTO E LA SOSPENSIONE

L’edizione 2012 della rassegna internazionale Abstracta Festival di Roma, presso Campo Boario, al padiglione dell’Accademia delle Belle Arti di Roma (zona Testaccio) nei giorni 24, 25 e 26 Settembre, offre la possibilità di scoprire, oppure rivedere, alcuni dei lavori più suggestivi di uno fra i più misconosciuti e talentuosi filmmakers italiani, il marchigiano Mauro Santini, recentemente a Venezia, nella sezione “cinema corsaro”, con un lugometraggio co-diretto assieme a Giovanni Maderna, Carmela salvata dai filibustieri: di lui, il 26 verranno proiettati il corto, Cosa che fugge (2008) e una selezione di corti da una delle sue opere più sorprendenti, la serie dei Videodiari (2001/2005). L’occasione permette di parlare e scrivere dell’opera di Santini, presentando la sua ricerca per quello che in effetti è da tempo, ovvero una delle più serie e rigorose fra quelle prodotte in questi ultimi anni nel nostro Paese. Nello specifico, la scelta delle proiezioni operata dal festival romano conferma e sottolinea tre delle qualità essenziali che vengono fuori dal “corpo” del suo cinema: il lavoro sulla breve distanza; la poetica dello spostamento con i suoi effetti; un cartesiano “io lirico”.
Limitatamente al primo punto, è bello osservare come nell’opera del filmmaker marchigiano, la misura del cortometraggio tradizionalmente intesa come sinonimo della “narrazione veloce”, sia quasi sempre figurativamente traslata in una “contemplazione lenta”, se non estatica, dell’estensione e mutamento delle forme (vedi l’esempio di Cosa che fugge).
Il secondo punto evidenziato porta invece a focalizzare certi aspetti del rapporto tra viaggio e linguaggio nei film del nostro. È una relazione da leggersi in chiave tanto pragmatica quanto espressiva: nelle sue stratificazioni e varianti, molto del cinema di Mauro Santini è frutto di un lavoro “da viaggiatore”, di curiosità e pazienza dell’osservazione, una pratica di registrazione ed elaborazione di diverse realtà di angoli di mondo, vicini e lontani, immagini di viaggio catturate attraverso singolari punti di osservazione; nello stesso tempo, molto del suo cinema presenta una visione che si configura in dinamiche sottilmente instabili, che sembrano progressivamente “sfaldare” il già tenue rapporto tra atto e oggetto e farlo fluttuare in una suggestiva sospensione che sposta questo linguaggio verso una sincera apertura nei confronti dell’empatia visiva dello spettatore, condotta attraverso le cadute e le riprese del ritmo e della composizione, come ben (di)mostra, in linea generale, tutta la serie dei Videodiari, compresa dunque la selezione romana.
Il terzo punto caratterizza il cinema sperimentale del filmmaker come un’opera di qualcuno che crede nella poesia delle cose, che non è né bella né brutta, ma filosoficamente può semmai essere e non essere. E cosa significa per un “io lirico” credere in una tale poesia che passi attraverso le immagini? La risposta rimane giocoforza aperta a molte suggestioni. In Santini, c’è sicuramente il desiderio, tutto poetico, di trasfigurazione. Attraverso Da lontano, Petite mémoire e Flòr da Baixa, egli sembra proiettare la percezione della propria visione della realtà come processo chimerico, ponendola così in tal modo tanto nelle intenzioni quanto negli esiti. Se si vuole, è un modo di rivendicare l’incompiutezza espressiva alla base del proprio sguardo, una incompiutezza più vitale di qualsiasi simbolo, che al canto delle sirene della rappresentazione piena, centrata, sensata preferisce l’incanto della sospensione vuota, obliqua, insensata. Incanto come momento della percezione in cui diventa possibile la compenetrazione tra materiale e immateriale: sia nell’osservazione (Da lontano); sia nel viaggio (Flòr da Baixa); sia nella memoria (Petite mémoire); sia nel puro movimento (Cosa che fugge).

Pubblicato su ‘Alias’ de ‘il manifesto’, 22 Settembre 2012

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