dissolvenze dell’inconscio

Simone Ciaruffoli
DISSOLVENZE DELL’INCONSCIO

Percosi/Santini. Introduzione interrogativa.
Il giorno in cui qualcuno penserà di stendere una storia del cortometraggio si troverà di fronte a un importante quesito: prosa o poesia? Da che parte prenderla questa storia? Inventariarla alle dipendenze di un unico linguaggio, oppure ripartirla
per “micro-generi”? Denunciarla come fosse un corpo disseminato di ferite avanguardiste, oppure una cartina copiativa del fratello maggiore Cinema con i suoi classicismi? E della videoarte, ne vogliamo parlare, e gli spot, i videoclip? Strano oggetto il cortometraggio. A questo proposito ci vengono in mente Straub e Huillet e la loro forte convinzione nell’affermare che il Cinema sia senza linguaggio. E del cortometraggio, allora cosa ne penserebbero? E soprattutto, cosa dobbiamo aspettarci oggi, da questa “disciplina”? Prosa o poesia? Una tendenza a costruire cortometraggi come se fossero lungometraggi in scala oppure propendere diciamo verso la videoarte e descrivere attraverso la metafora poetica? Narrare storie con il canonico impostazione/confronto/risoluzione e in dote la solita morale, o stemperare la narrazione verso qualcosa di intangibile e soprattutto di irracontabile? Capiamoci: Loach in sedicesimo o Lynch in sedicesimo? Ancora: The Woodsman in sedicesimo o Last Days in sedicesimo? Per molti il cortometraggio dovrebbe raccontare storie attraverso il (non) linguaggio del cinema, semplicemente con film che durino pochi minuti (e lo dimostra la grande maggioranza dei premi festivalieri concessi a questa “tipologia”); per altri, pochei a dire il vero, il cortometraggio dovrebbe avere un (non) linguaggio tutto suo, e chiuderla con la pretesa di imitare e ossequiare il fratello maggiore (come a dire che un Carver delle immagini non può interessare) E Mauro Santini, da che parte si posiziona?

Rumore bianco.
A Santini non interessa il cortometraggio di narrazione, questo si appura dopo due secondi di qualsiasi suo video, ma paradossalmente, e alloggia qui la cosa interessante del nostro, più di qualsiasi “cortometraggio di narrazione” bastano quei due secondi a omaggiare il Cinema con la “C” maiuscola. Quelli di Mauro Santini sono video sperimentali (nell’accezione meno modaiola possibile) certo, ma come le macchie di un dalmata i suoi lavori sono marcati dai segni di quello che potrebbe essere un possibile lungometraggio del futuro non lontano. Video che hanno il pregio di suggerire un modo di intendere una cinematografia ancora lontana dal compiersi, pur richiamando, in filigrana, autori già operanti come Sokurov e Tarkovskij, per dire dei più riconoscibili. Un po’ come lo scrittore Don Delillo, che con Body Art sembra progettare con maggiore intensità quello che aveva inteso evocare precedentemente con il titolo Rumore bianco, Santini sgroviglia nei suoi pochi minuti quella tensione metafisica che il lungometraggio di oggi prova timidamente a ri-creare. Per questo il costante fuori-fuoco di Santini diventa la cifra di un percepire la realtà non per come è (utopia da molti non accettata), ma per come i sensi la raccontano al nostro profondo. Ecco perché quella zoomata lentissima che Battiato (PERDUToAMOR) attua nella sua opera prima, lì nella casa di campagna rea del rapporto fedifrago, vale e dice molto di più di qualsiasi “scrittura”, chiamando in causa Tarkovskij e, per estensione, il rumore bianco di cui i lavori santiniani sono assordati. I film del nostro sono puri flussi di coscienza, e se alla coscienza dovessimo regalare un suono, non ci penseremmo due volte a inciderci sopra la colonna sonora di Da lontano, video vincitore al Torino Film Festival 2002 nella sezione Spazio Italia, premiato intelligentemente da Elisabetta Sgarbi. Lavoro in cui silhouette giacomettiane si rincorrono (ci viene in mente Spielberg-Kubrick) e gli spiriti di Ligeti vociano che sembrano venire dalla gora dell’umanità.

Un po’ come Alfredino Rampi.
Dove si cade? E’ la domanda che ci si pone con i video di Mauro Santini, e ce lo chiediamo in particolare con Da qui, sopra il mare. E tutte quelle finestre e quelle aperture dove conducono? Nella memoria del nostro inconscio, probabilmente. In più tutti i mondi messi in scena dal regista sono valicabili, perché le dissolvenze, che sono una testimonianza ben definita dei suoi lavori, rendono questo percorso così facile da mettersi le mani sul cuore dalla paura. Non c’è filtro nei suoi video, l’inconscio è lì a due passi e se fossimo così ardui da metterci alla prova ci faremmo sfinire da quelle immagini come pazienti sotto ipnosi. Procedendo così si entra nel terreno dell’horror, non c’è scampo. Se tutto il liquido amniotico che tiene a galla l’iceberg freudiano si prosciugasse, ci troveremmo a fare i conti con il fondo del pozzo senza pena d’immersione, ed è questo che avviene con Fermo del tempo. Un ritorno al bambino che eravamo, giù nel cunicolo a sondare i pertugi alla base larga di quell’iceberg. Tra una palla colorata e il timore di sbagliare, di non farcela a diventare grandi, perché siamo tutti un po’ Alfredino Rampi quando gli scivolano le mani e non riesce a tornare su. Quando poi è la strada Lynchana di Petite memorie a battere il sentiero, allora non c’è nulla da fare. Se Mauro Santini non cerca consapevolmente l’orrore (come “genere”), è il suo rimosso a preoccuparsi di connotare i suoi video. In questo senso potremmo dire che nessuno, nell’Italia del corto, è così vicino a mettere in piedi un mondo tanto biografico quanto universale. Tanto personale quanto sociale e, dunque, tanto sperimentale quanto di genere.

Un affare di delicatezza.
I suoi video sono così rarefatti e stratificati da farti pensare che sotto ogni video, sotto ogni dissolvenza ci stia il video precedente. Strato su strato come una cipolla. Se si volesse adottare un simbolo per denotare la poetica di Santini prenderemmo la nuvola del lavoro Dietro i vetri, che piano piano si dissolve lasciando spazio al vuoto. nuvola che è metafora dietetica ancora della dissolvenza. E’ un affare di delicatezza, sembra dirci il regista. I viaggi interiori sono fatti di inconsistenza, bisogna fare piano altrimenti svanisce tutto, di colpo, come una chiusura in nero, la quale in Santini non si realizza mai. Con Di ritorno il regista sembra perdere l’angoscia che connota i suoi lavori, e in quello che sembra il definitivo viaggio (intrapreso con il treno, il mezzo più meta-cinematografico…) della vita, torna al passato nei luoghi in cui si cresce. Per un momento tutto viene a galla (e “a fuoco”) con i colori accesi e vivi di certi ricordi e odori, il disagio sembra aver pace, in un paesaggio così rasserenato da suggerire a Mauro di dedicare per la prima volta il lavoro ai suoi genitori.

Aspettando il prossimo.
Flòr da Baixa, che è l’ultimo lavoro di santini, è forse quello più imbevuto di sokurov. La zumata iniziale che ci conduce molto lentamente al di là di un’apertura a scoprire il mare, sembra voler ripartire da dove Arca russa si chiude, come a intraprendere il viaggio inibito a Sokurov per via di quel piano-sequenza tanto elegante e audace quanto limitante. E infatti ci pensa Santini a partire, a lasciarsi alle spalle la Storia e a salpare in mare per un sogno che torna a essere cupo, francese nella sua atmosfera noirness mancata per un soffio, volutamente mancata.
Aspettiamo il prossimo lavoro di Mauro Santini mentre le sue personali germogliano, come per esempio al Jeonju Film Festival 2004 nella Corea del Sud, al Trieste Film Festival 2005, come a Parigi, al “Collectif Jeune Cinéma”, associazione che tra l’altro cura la distribuzione dei suoi video.

Pubblicato su ‘Duellanti’, luglio/agosto 2005.

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