piccole santità

Francesco Cazzin
PICCOLE SANTITÀ (QUASI TUTTO, QUASI NULLA) DI MAURO SANTINI

È stata l’ultima giornata trascorsa in quel di Locarno. Io e ViS avevamo terminato di vedere Lisbon revisited (Portogallo, 2014, 66′), preceduto da quel moloch che è The iron ministry (Cina, 2014, 82′), e come ultima tappa del nostro soggiorno svizzero ci siamo rifugiati un po’ al di fuori del festival cinematografico, in una sorta di centro a metà tra il patronato e il teatro che ospitava quella che il sottoscritto considera come la più autentica folgorazione del 67° festival del film di Locarno, ovvero Piccole santità (quasi tutto, quasi nulla) di Mauro Santini. Di fatto, la mostra si risolve in una stanza piuttosto angusta, oltreché spartana, dentro la quale vengono proiettati in loop su grandeschermo i cortometraggi del regista italiano: al nostro ingresso, era appena cominciato Un jour à Marseille (Italia, 2006, 51′), che guardiamo. La stanza, ma sarebbe meglio definirla sala, dà su un cortile, che è il retro dell’edificio. Qui sono presenti un paio di bar, e sopra un palco una band suona musica che solo qualche fan dei Blink 182 potrebbe definire rock. Sono i loro suoni, quelli che sentiamo durante le proiezioni dei corti: suoni che non c’entrano nulla con la quiete, la stasi e quegli eco cittadini che sono propri delle pellicole di Santini, e che per un po’ c’infastidiscono. Siamo ancora nella fase di rollaggio, e non prestiamo l’attenzione dovuta attenzione a Un jour à Marseille, ma collo sguardo vaghiamo nella stanza: alla nostra destra è presente un Mac, mentre qua e là sulle pareti sono appese delle fotografie che ricordano diariodiunanno, o forse sono proprio le stesse (non ne sono certo).
Come quelle di diariodiunanno, gli scatti hanno una grana malinconica e sembrano segnare più una perdita, una mancanza o un’assenza che una cattura fotografica capace di astrarre dal tempo un luogo al fine di fissarlo per sempre: sono nell’impermanente, e con ciò si definiscono alla stregua dell’oggetto fotografato, cioè come un che di transeunte, condannato al tempo dal tempo. Intanto, sullo schermo, un uomo, preso di scorcio da un balcone a Lisbona, aspetta, ma la sua attesa è contaminata dai rumori che provengono dal palco qui fuori. Ci spostiamo quindi sul Mac, dove almeno possiamo usufruire del supporto delle cuffie e riuscire così a contemplare al meglio l’opera di Santini: guardiamo Dietro i vetri (Italia, 2001, 9′). È una delle ultime cose che facciamo là dentro, prima di andarcene da Locarno e tornare in Italia, ed è anche un colpo al cuore, perché è allora che abbiamo la percezione di cogliere autenticamente la poetica di Santini. Una poetica, appunto, del ricordo e della visibilità, ma del ricordo inteso come perdita, come anelito a ritornare su qualcosa che non c’è più, e della visibilità, quindi, come condizione di possibilità di quella memoria, quasi si volesse instaurare un luogo e un tempo in cui tutto ciò è perso fosse in una certa maniera di nuovo accessibile, sebbene da un limite fisicamente invalicabile ma oltrepassabile con la forza dello sguardo. Ecco, credo che il cinema di Santini tenti in tutti i modi di segnare quel limite, che può essere un confine ma non una barriera o muro, perché la barriera e il muro sono qualcosa che occludono la vista, mentre il limite, invece, determina la propria condizione nell’aldiqua come spettatori di un aldilà finalmente visibile. Per certi versi, dunque, Piccole santità (quasi tutto, quasi nulla) di Mauro Santini è un luogo di confine che materializza tutte le potenzialità e le possibilità di cui sopra: e in questo senso è una mostra autentica, onesta, ma perché autentico e onesto è quel sentimento, comune a tutti, di nostalgia (e non di rimpianto) verso ciò che è trascorso e permane solamente in noi, come una ripresa permane in una mdp. Santini, tuttavia, non è un filosofo: è un regista, un fotografo, e tutto ciò trova il proprio senso non tanto nelle parole o nei pensieri ma nella immagini, riprese o fotografate, ovverosia in qualcosa di sensibile, di materico; come il ricordo preleva qualcosa dalla realtà per insediarlo nella mente, infatti, così la mdp riprende qualcosa nella realtà e lo imprime su pellicola, e la sensazione è che sia proprio questo il fulcro della sensibilità artistica di Santini, il fatto cioè che i ricordi stiano nella mente come i fotogrammi in una 16mm. Dato ciò, allora, Piccole santità (quasi tutto, quasi nulla) di Mauro Santini si trasforma davvero in un luogo sospeso nel tempo: essa è una mente, è l’interno di una mdp. Nessuna metafisica, a riguardo. La mente risolve comunque un qualcosa della realtà, così come la mdp. Ma la definisce soggettivamente, e ogni ricordo è vissuto prima ancora di essere astratto dal reale. Una volta che si è concettualizzato tutto questo, cioè una volta che si è giunti in piena sintonia con la mostra di Santini, è probabile che si smetta anche di sentire i rumori di fuori e ci si riesca a perdersi nella contemplazione più autentica dell’opera del regista, che è vita; la sala in cui questa è ospitata diventa così un luogo di resistenza che non può essere astratto, in maniera intellettualistica e borghese, dal reale ma dev’essere ritrovato in esso, poiché è l’arte e nient’altro la possibilità che il reale, avendo fatto emergere, deve ritrovare in sé per potersi infine ritrovare esso stesso.


pubblicato su ‘L’emergere del possibile’
PIEGHE #11

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