piccole memorie in valigia

Bruno Di Marino
PICCOLE MEMORIE IN VALIGIA

La videografia di Mauro Santini è incorniciata da due foto. Il ritratto di famiglia che appare nel finale di Di ritorno e il volto enigmatico di donna di forma ovale con cui si apre l’ultimo, intenso video Flòr da Baixa. Ci sono solo tre anni che separano queste due immagini, in mezzo altrettante opere, “piccole memorie” che il viaggiatore Santini, eterno e cerimonioso, ha prodotto e via via collezionato nella sua valigia.
Che cos’è la memoria, che cos’è una memoria. L’insegna sbiadita di una pensione portoghese o lo sguardo buffo, tenero e smarrito di un bambino che guarda verso la camera dietro i vetri di uno scuolabus (Fermo del tempo, ma si potrebbe anche dire fermo nel tempo). Una sola immagine contiene tutte le altre. Ciascuna sequenza genera mille altre sequenze che slittano le une nelle altre. Non solo all’interno di uno stesso video, ma anche da un video all’altro. Corpi impastati nella luce, che affiorano sulla superficie. La presenza di una donna (sempre la stessa?), una donna con i capelli raccolti, dal volto antico, che trapassa da un’opera all’altra. Una donna che si dissolve sul bianco scrostato di un muro, come in un quadro dell’Ottocento italiano.
La mente è come un tergicristallo che può cancellare e far riapparire i ricordi sbiaditi (Petite mémoire). In sottofondo c’è un suono continuo, ipnotico, a volte liquido – come l’acqua che scorre silenziosa nei cortili delle case, nelle strade di un paese di provincia – a volte metallico. Architetture che vibrano nello spazio e sfumano nella texture fatta di colore, calore e rifrazioni. In tutti i video di Santini, eccetto forse Di ritorno (che è anche l’unico provvisto di testo, di parole, dunque il più “figurativo” in tutti i sensi) la presenza umana è trasfigurata. Fantasmi che attraversano l’inquadratura. Il ralenti trasforma in pittorico corpi e luoghi. Il tempo condiziona la materia (del video) e quindi la memoria.
E poi c’è sempre un paesaggio che scorre dal finestrino, sovraesposto, decomposto. Magari è il finestrino appannato di un treno che diventa ulteriore cornice all’interno dell’inquadratura. Ma anche uno specchio sul quale si può riflettere narcisisticamente il volto dell’autore stesso. Il viaggio è qualcosa di imprescindibile per Santini. Ogni video nasce necessariamente da uno spostamento, forse da una breve vacanza (Da qui, sopra il mare). Il video è itinerante per natura. E’ transito, trapasso da un linguaggio all’altro. Ma ritorniamo alle foto che aprono e chiudono i due video. Il punto di partenza per questo viaggio composto da varie stazioni è un ricordo d’infanzia. La dedica di Di ritorno ai propri genitori non lascia dubbi; così come la foto che ritrae padre, madre e due bambini. Guardano tutti verso l’obiettivo, com’è naturale. “Se solo ci fosse uno sguardo, lo sguardo di un soggetto, se solo qualcuno, nella foto, mi guardasse! La Fotografia ha infatti la facoltà […] di guardarmi dritto negli occhi“, scrive Barthes ne La camera chiara. C’è insomma ancora un legame terreno, terrestre, qualcosa di familiare, affettivo. La fotografia all’interno di questo video è uno strumento autobiografico in grado di evocare un mondo personale che non ritornerà più: e più precisamente un’estate del ’72, una casa ubicata tra il mare e la campagna. Una sorta di dimensione ideale per qualunque poeta, scrittore e videasta.
La foto nella cornice ovale di Flòr da Baixa è invece rovesciata; il soggetto non sembra guardarci, dunque volerci parlare. Il suo sguardo è sfuggente, perso nel vuoto. Non c’è apparentemente niente di familiare. E’ una foto qualsiasi, magari ritrovata per caso, in un’abitazione che affaccia sul mare, visto attraverso una lunghissima zoomata. Questo ritratto simboleggia la memoria tout court, un frammento di un passato che appartiene a qualcun’altro, o meglio a se stesso. Anche per questo Flòr da Baixa appare come il video più maturo di Santini, pur non discostandosi stilisticamente dagli altri: tutti molto essenziali, minimali, contraddistinti da titoli di coda eleganti (Santini del resto è un grafico professionista) ma microscopici, segno di una autentica modestia, come se l’autore non volesse dare troppo nell’occhio. Flòr da Baixa ha una forza evocativa maggiore, proprio perché il distacco è assoluto. Ricorda un po’ Pensão Globo di Matthias Müller: anche lì c’è una pensione di Lisbona, anche lì una visione onirica e fantasmatica. Ma anche certe visioni di Bill Viola.
Nel finale del video, tuttavia, la (ricorrente) figura femninile si materializza nella stanza della pensione, si aggiusta i capelli, si veste. Forse è la stessa donna della fotografia. Quella icona appartiene al passato, alla dimensione del “è stato” tipica della fotografia, questa donna è invece “reale”, è qui e ora. Ma è solo un’illusione, un miraggio, una sogno, un frammento di memoria (collettiva) che va ad aggiungersi alle tante visioni che compongono l’immaginario di un videoartista abituato a viaggiare nel tempo e nello spazio.

dal catalogo della XVI edizione del Trieste Film Festival, scritto in occasione della personale ‘Piccole memorie in valigia’, gennaio 2006

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