michele moccia

IL FIUME A RITROSO jolanda

Michele Moccia
IL FIUME, A RITROSO

L’acqua scorre trasportando con sé altre immagini, come quelle dei versi della poesia In quale bosco di Pierluigi Cappello: «Dove hai incontrato/te stesso in chissà quale bosco dei miei occhi/quando ti sei voltato e mi hai detto, Dio, quanto sole/così lontano, diverso, quanto ad uno ad uno i giorni/stringono il cuore e separano». Dove le parole: bosco, occhi, giorni, cuore, si seguono e si inseguono, nel loro incontrarsi, stringersi, separarsi. Proprio come le immagini del cinema di Mauro Santini, e del suo ultimo film Il fiume, a ritroso, che si incontrano, si stringono, intrecciandosi, e si allontanano, separandosi, perdendosi, per poi ritrovarsi, ancora, nel sapore delicato dei gesti e degli sguardi che si ripetono nel tempo che ci attraversa.

Le immagini de Il fiume, a ritroso sono arricchite dalla materia e dai suoi colori, sono immagini di elementi che richiamano alla mente le parole di Gaston Bachelard e della suarêverie dell’intimità materiale: «ogni materia immaginaria, ogni materia mediata, è immediatamente l’immagine di un’intimità». E, dunque, l’acqua, che ritorna come neve, la terra, l’aria e il vento, il fuoco. L’argilla spaccata e tramata di fenditure, come nei greti di Alberto Burri, le rocce modellate dal vento e scavate dall’acqua, che insieme all’ondulare spigoloso e aspro dei monti, sembrano volerci e poterci parlare di una orografia del tempo e del nostro esistere; di un tempo trascorso e ancora e sempre presente nel suo continuo dilatarsi, come i cerchi che si allargano lentamente su uno specchio d’acqua disturbato dall’immersione di una mano. Un tempo vivo, quel tempo che Andrej Tarkovskij, nel suoScolpire il tempo, definiva “la nostra atmosfera vitale”.

Immagini che in questo film si fanno biologia e, al tempo stesso, geografia del sentire, ancora “l’immagine di un’intimità”, come le trame sterpose degli alberi del bosco, che si levano verso il cielo, e che sembrano essere le venature che lasciano affluire le immagini, che richiamo le immagini, permettendo alle ombre del cinema di scorrere attraverso gli occhi. Di farsi intime, mentre si confondono, in un dettaglio, alle pieghe di un volto, al taglio arcuato di un occhio, al colorito della pelle, al movimento di una mano.

Ne Il fiume, a ritroso le immagini traspaiono, incrociandosi, ancora una volta, in delicate dissolvenze sui volti, mentre i corpi si cercano nel calpestio insistito di sterpi o nel ripercorrere le orme scavate su un manto di neve, lasciate a disegnare e a tracciare il percorso fatto. Sono immagini, quelle di Mauro Santini, che rendono tattile lo sguardo, come quelle mani che sfiorano la pelle, accarezzano i capelli, scoprono un volto di donna.

Immagini nelle quali è ancora possibile cogliere un non so che di improvviso e inaspettato, come nella bella sequenza del risveglio di Jolanda, con i nostri occhi che sembrano riaprirsi sull’intensità di due volti amanti, immersi nel piacere del silenzio. Quel silenzio ostinato e meravigliosamente resistente delle immagini di Mauro Santini, della parola che tace e che si scopre impressa come grafia sul corpo, riportandomi per un attimo a Emmanuel Lévinas: «L’avventura per eccellenza è anche una predestinazione, scelta di ciò che non era stato scelto». Parola e nome disegnati sul corpo. Corpo da sfiorare con gli occhi, perché lo sguardo possa ancora essere sorpreso. Un movimento degli occhi, proprio come in quel verso luminoso di Dante, che sembra potersi ascrivere a tutto il cinema di Mauro Santini: «Alzai gli occhi e vidi…».

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Pubblicato su ‘Uzak’ n.4, primavera/estate 2012

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