come immagini di parole

Dario Marchiori
COME IMMAGINI DI PAROLE
Frammenti di un’intervista di Dario Marchiori a Mauro Santini (2008-2012)

Com’è cominciata l’avventura dei Videodiari? Vi ritrovi un nucleo originario?
I Videodiari nascono dalla documentazione quasi quotidiana di un vissuto, che organizzo al montaggio a distanza di tempo, partendo solitamente da un’immagine che prende il sopravvento diventando il nucleo al quale si associano e sovrappongono le altre. Di ritorno nacque dalla necessità, dopo la morte di mio babbo, di raccontare e rivisitare luoghi della mia infanzia, anche se il punto di partenza fu un viaggio notturno in treno che nulla aveva a che vedere con questo triste evento; la finestra vuota che lo apre è invece quella alla quale vedevo affacciarsi mia madre. In Dietro i vetri sono partito da un’immagine dominante, quella di una nuvola che scompare, ripresa casualmente, evocatrice in me di un’altra scomparsa. Con Da lontano, ho scoperto nei super 8 di famiglia della mia compagna, Monica, l’occasione di sviluppare altre dimensioni e aperture, allargando lo sguardo dalla mia infanzia alla sua; l’intenzione era inoltre di confrontarmi con i dolori nel mondo, le infanzie violate e anche per questo ho inserito immagini, quasi irriconoscibili, da Sopralluoghi in Palestina di Pasolini. In seguito Monica diventa sempre più la figura centrale dei diari: è lei la protagonista di Pétite mémoire e del successivo Da qui, sopra il mare, nato da un sopralluogo per un possibile lungometraggio, subito abbandonato per un’immagine inattesa (il suo affacciarsi alla finestra di una casa abbandonata) e l’urgenza di raccontare la sua infanzia attraverso i volti dei suoi cari, sovraimpressi sui muri. E in Flòr da Baixa, Monica conclude il percorso dei videodiari affacciandosi, nell’ultima inquadratura, alla finestra della pensione di Lisbona, come a ‘riempire’ la cornice vuota della finestra iniziale del primo videodiario…
Tutti i videodiari legano il presente alla memoria del passato, ad esempio Fermo del tempo è un film su tre generazioni: mio figlio Giacomo, io e mio padre. In questo film ho iniziato un percorso sull’immagine, variandola cromaticamente ed elaborandola dall’interno, cosa che poi ho proseguito nei seguenti, come nella versione corta di Flòr da Baixa, dove l’immagine della pensione di Lisbona si sfalda quasi fino a liquefarsi, dando un senso di dilatazione del tempo. Questa della pensione è un’immagine emblematica per capire il metodo ‘empirico’ dei videodiari: si tratta infatti di un frammento di circa mezzo secondo ‘scoperto’ al montaggio in coda alla ripresa di due uomini al tavolo di un bar. Il frammento, lo scarto, dunque, diventa perno di un film, contraddicendo la norma del set del cinema ‘ufficiale’. Altro elemento fondante è l’assenza di sceneggiatura, la ripresa come atto di scrittura, così come il montaggio: operazione portata all’estreme conseguenze nel lungometraggio Flòr da Baixa, lasciando il compito di ‘scrittura’ alle città stesse.

In che senso tu stesso filmi da “dietro i vetri”, come recita il titolo di uno dei tuoi film? E come nascono i titoli dei tuoi film?
I vetri son in effetti membrane tra me la mia memoria, tra me e la memoria di Monica: è come un filtro tra il racconto interiore e lo sguardo rivolto verso l’esterno. Il vetro mi dà la possibilità di deformare, sfocare, astrarre, ma anche di specchiarmi, di riflettere l’immagine mia e di ciò che mi circonda, come una finestra che muovendosi scopre quel che c’è al di qua del vetro…
I titoli nascono solitamente a film terminato: talvolta in modo naturale, come per Di ritorno, in altre occasioni vengono estratti da versi di poeti amati, come per il Caproni di “dietro i vetri”.

Pensi che i “giornalieri” segnino un cambiamento in direzione del documentario?
‘Un jour à Marseille’ è sicuramente il film che segna questa svolta, in maniera piuttosto casuale, come spesso, sempre direi, mi succede. Ciò che ho avuto modo di riprendere durante quella giornata di aprile è quanto di più sincero e sorprendente avessi girato fino ad allora. Una città visitata perché prendesse parte ad un film (Flòr da Baixa) si presenta con tanta forza e autenticità da motivare un altro film lei stessa… e poi l’osservazione dalla finestra, non più filtrata da un vetro, come succedeva spesso sui treni dei ‘videodiari’ che richiamavano continuamente il gioco interno/esterno. Questo film è stato come aprire quelle finestre, eliminare i riflessi ‘autobiografici’ per mostrare il controcampo, le vite degli altri; resta solo una persiana buia a filtrare la distanza tra me e la strada, poi l’apertura si fa più evidente nel viavai mattiniero, fino alla discesa sul molo, tra bambini e venditori ambulanti e al bianco degli scogli marsigliesi, dove la curiosità di una bimba si scontra con il disincanto del nonno che la osserva, compiaciuto come me: flaneur affacciato su queste vite nel tentativo di raccontarle, .
‘Flòr da Baixa’ rappresentava una scommessa, quella che su un’esile traccia narrativa le città riprese concorressero alla scrittura: così Marsiglia mi ha ‘costretto’ a raccontarla e l’ho fatto con immenso piacere… poi sono venute le altre ed è iniziata la serie di ‘Giornaliero di città e passanti’.

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pubblicato sul catalogo della VI edizione del NodoDocFest di Trieste.
maggio 2012

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