federico chiacchiari

Federico Chiacchiari
FLOR DA BAIXA

“C’è anche un altro modo di fare cinema, in Italia. Non solo commedie o cinema d’autore. E il Torino Film Festival, che in verità non è mai stato troppo coraggioso in tal senso con il cinema italiano in passato, quest’anno sembra aver fatto la scelta giusta: mettere in concorso questo Flòr da Baixa, di Mauro Santini. Perché una cosa è vedere i film “sperimentali” nelle sezioni collaterali, magari prima o dopo un delizioso Tonino De Bernardi, altro è invece giocarsi le carte di un cinema diverso nel concorso lungometraggi ufficiale, da sempre uno dei luoghi del Festival dove fare le migliori scoperte. Solo che di solito qui scopriamo gli asiatici, quest’anno invece troviamo questo quarantenne marchigiano che non ha alcun pudore, non cerca di ammaliare nessuno, ma prova con un insano coraggio a fare il suo cinema, un cinema che da noi oggi è impossibile.
Perché il cinema italiano è un immenso mainstrem, per di più troppo spesso pure di pessima qualità. E nessuno che cerchi di spostare un po’ più in la lo sguardo, cercando cose differenti, leggermente fuori dalla portata di quello che oggi il pubblico medio si aspetta. Ma il pubblico in realtà vorrebbe sempre essere sorpreso, meravigliato. Ma siamo tutti abituati a un linguaggio “adulto”, fatto di storie consolidate, di sceneggiature precostituite, di immaginari facilmente riconoscibili. Ecco perché poi tutti i luoghi, i personaggi, nei film italiani che vediamo, ci appaiono sempre gli stessi. Inevitabili ripetizioni di altri giochi, luoghi, tragitti. Flor da Baixa invece è “un’altra storia”, e non sarà facilmente digeribile per “il grande pubblico” (meglio: per il pubblico Grande…), perché assomiglia a qualcosa come ad uno sguardo amniotico. Perché le immagini ci scorrono davanti agli occhi insieme ai suoni, alle parole che sentiamo ma non capiamo, proprio come le potrebbe vederesentireascoltare un bimbo dentro la pancia della mamma.
E’ questo sguardo “appena nato”, queste immagini e suoni che appaiono come rubati alla vita, ciò che sorprende e illumina in questo film, al di là delle dichiarazioni dell’autore (ma come fa un autore a spiegare il suo film? Lynch non lo fa e diamo questa possibilità anche ai nostri cineasti..). Ed ecco che Santini dice che “ho lasciato che le città di Lisbona, Rio, Marsiglia, Taranto, si aprissero e si mostrassero liberamente, cercando sulle strade, nei cortili, nelle stanze, senza sapere cosa avrei trovato…”. Insomma Santini ruba le immagini, ruba dei frammenti del reale per ri-presentarlo in una rappresentazione astratta e malinconica, dove la solitudine di ciò che vediamo sembra fondersi con la solitudine, inconsapevole, dello sguardo.
E’ uno sguardo vergine e puro, che sembra strappare la corteccia al reale in una rappresentazione onirica continua, tra il giorno e la notte, con quei vicoli silenziosi, fatti di ubriachi, strane storie oscure, cani solitari sperduti. Tutto parte dal mare, ma non dal mare “vero” (vero?) ma dalla sua rappresentazione in un ritratto che diventa sonoro e sembra quasi reale… Ma cos’è reale? Il mare della macchina da presa? O quello del ritratto? O quello del nostro sogno/immaginario? Sin dall’inizio, dunque, Flor da Baixa ci rivela la sua assoluta libertà e onestà di magnifico falsificatore della realtà (come ogni film): sguardo onesto, lancinante e curioso, a tratti doloroso, tra tante città diverse che appaiono poi come fossero un’unica, grande città. Come il mare, che sembra sempre uguale, pur diverso. Come il liquido amniotico in cui siamo vissuti tutti…
Corpi e sguardi liquidi, bagnati. Come un sogno bagnato, da adolescente. Una nuova scoperta. Il sogno, il sesso, il cinema. La vita.

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Pubblicato su ‘Sentieri Selvaggi’, novembre 2006

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