alberto crespi

Alberto Crespi
VENEZIA SALVATA DA QUATTRO GIOIELLI ITALIANI
Deludenti le grandi produzioni internazionali.
Per fortuna esistono altri continenti del pianeta-cinema. Il glocal italiano: storie sincere e universali.

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Fuggiamo.
Fuggiamo non da Venezia, per carità, ma da un concorso che non sta riservando grandi sorprese – e le poche sono negative. Per fortuna la Mostra è anche una radiografia su altri continenti del pianeta-cinema, e non tutti sono tristanzuoli come le grosse produzioni internazionali che si contendono tappeti rossi e Leoni d’oro. Oggi vorremmo parlarvi di altre zone. Italiane, ma veramente – passateci la parolaccia – “glocal”, nel senso che partendo da realtà locali e circoscritte acquistano un respiro globale molto vasto. È la forza delle storie sincere e universali, dell’infinitamente piccolo nel quale si può osservare l’infinitamente grande.

Parliamo di quattro film italiani. “Carmela salvata dai filibustieri” di Giovanni Davide Maderna e Mauro Santini (sezione “Cinema corsaro” all’interno delle Giornate degli autori); “Il gemello” di Vincenzo Marra e “terramatta;” (va scritto proprio così, poi vi spieghiamo perché) di Costanza Quatriglio, entrambi Giornate degli autori; “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo, sezione Orizzonti. Quattro film piccolissimi (produttivamente) che hanno il Sud come comune denominatore.
“Carmela” ricrea la trama del libro di Emilio Salgari “Jolanda la figlia del Corsaro nero” nella Taranto vecchia di oggi, trasformando due pescatori di cozze nelle reincarnazioni di Carmaux e Van Stiller, i due pirati fedelissimi del Corsaro nero fin dal primo romanzo della saga caraibica.
“Il gemello” ci porta nel carcere di Secondigliano, a Napoli, per documentare la vera vita di Raffaele Costagliola, 12 anni in galera sui 29 fin qui vissuti.
“L’intervallo” è il primo film di finzione di un grande documentarista, ispirato ad un fatto di cronaca ma capace di sconfinare nella visionarietà più pura: una ragazza viene sequestrata da alcuni camorristi e consegnata a un ragazzo ignaro, e buono come il pane, che riceve semplicemente l’ordine di “tenerla a bada” per un pomeriggio. Non sappiamo quale “sgarro” abbia fatto la fanciulla, ma non è difficile immaginarlo: naturalmente fra i due adolescenti, lasciati per ore ad annoiarsi in un capannone abbandonato della periferia napoletana, scattano amicizia e complicità. Ma le regole della malavita sono ferree, e quel loro pomeriggio avventuroso rimarrà, appunto, un “intervallo”.
Di questi film, “terramatta;” è quello con la storia più pazzesca. Costanza Quatriglio ha ricostruito, in un’architettura visionaria che sarebbe riduttivo definire “documentario”, uno dei casi letterari degli ultimi anni: il romanzo/diario “Terra matta” di Vincenzo Rabito, pubblicato da Einaudi nel 2007. Il testo viene dall’archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, ed è stato pubblicato parzialmente e dopo un arduo lavoro di editing. Nell’originale il diario del siciliano Rabito (1899-1981, una vita drammatica come soldato, minatore e lavoratore lungo tutto il Novecento) consta di migliaia di pagine dattiloscritte a spazio uno, senza mai andare a capo e senza lasciare alcun margine sui fogli, come per l’ansia di occupare con lo scritto tutto lo spazio disponibile.
In più, Rabito scriveva in una lingua tutta sua, che mescolava dialetto, lingua e parole sacrosantamente inventate (come la terramatta scritta tutta attaccata, l’uso compulsivo del punto e virgola e il non uso, altrettanto reiterato, delle maiuscole: da qui appunto il titolo del film, “terramatta;”, al quale Costanza Quatriglio tiene giustamente moltissimo). Come testimoniano i suoi tre figli – che compaiono nel film e sono presenti qui a Venezia – Rabito era in vita un affabulatore instancabile, una sorta di cantastorie compulsivo. E di roba da raccontare, ne aveva: arruolato nella prima guerra mondiale come “ragazzo del ’99”, poi fascista convinto e colonizzatore dell’Africa, sempre e comunque lavoratore indefesso per far studiare i figli e assicurare il pane alla famiglia partendo da una condizione di atavica povertà.
Nel film di Costanza Quatriglio, i brani del libro di Rabito sono letti dal grande attore siciliano Roberto Nobile, che guarda caso è amico personale di uno dei figli dello scrittore e conosceva i diari da prima che venissero pubblicati. In contrappunto alle letture, la regista ha montato brani di repertorio sulla storia del Novecento e ha girato lunghissime, ipnotiche inquadrature dei diari, che nella loro pienezza grafica restituiscono il senso di una psiche ossessionata, ma anche l’ingombro di una storia che diventa, giocoforza, una “anti-storia”. “terramatta;” è veramente il XX secolo visto da una prospettiva del tutto inedita: consapevolmente o meno, Rabito ha preso la nostra memoria collettiva e l’ha ribaltata, stipandola tutta dentro la sua memoria individuale.
Qualcosa di simile, magari in modo meno esplicito, avviene in tutti i quattro film dai quali siamo partiti. In “Carmela salvata dai filibustieri” due pescatori tarantini possono diventare pirati e quindi eroi, pur rimanendo nella loro quotidianità; in “Il gemello” una vita dietro le sbarre può rivelarsi più avventurosa ed emozionante di un western; in “L’intervallo”, la giornata noiosa di due adolescenti si trasforma nella faccia nascosta di “Gomorra”. Il cinema fa di questi miracoli. Che poi questi piccoli gioielli, a Venezia o altrove, non vadano in concorso è tutta un’altra storia.

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Pubblicato su ‘Globalist’, martedì 4 settembre 2012

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