il regalo inatteso della memoria

Sandra Lischi
IL REGALO INATTESO DELLA MEMORIA

I lavori in video di Mauro Santini hanno quasi sempre titoli brevi, di tre parole, che messi assieme compongono come un racconto enigmatico, o un dialogo: dove sono stato, dietro i vetri, di ritorno, da lontano, fermo del tempo, petite mémoire… da qui, sopra il mare… Racchiudono alcune parole chiave, alcuni “luoghi” della sua opera: il viaggio, il tempo, il ricordo, la poetica dell’intravisto, l’incessante muoversi della ricerca di sé, e di sé nel mondo. All’inizio, una foto in bianco e nero, il tentativo di ritrovare un amico: frammenti di sapori, colori, volti, transiti collegati da un racconto in prima persona, sotto la forma di una serie di messaggi telefonici lasciati allo scomparso, come un biglietto nella bottiglia affidata alle onde (Dove sono stato, 2000). La foto, la voce, sono dello stesso autore, che incarna così, allo stesso tempo, colui che cerca e colui che è cercato. C’è un racconto ma ci sono già sospensioni del tempo, rovesciamenti di prospettiva, rallentamenti, silenzi, gocce di pioggia sui vetri, finestre. Alla fine, qualcuno cerca sui tasti dell’organo di una chiesa un motivo che non trova o non ricorda più. E’ su queste tracce che prosegue il lavoro di Santini: cerca qualcosa che non trova, o che non ricorda più, o che affiora alla memoria per poi scomparire all’improvviso. Ricordi ne cancellano altri, o ne generano di nuovi: la sovrimpressione, cara ai videoartisti ma prima ancora alle avanguardie cinematografiche, è la “figura di scrittura” che meglio si adatta a questi affioramenti e a queste compresenze di bagliori, pulviscoli di memoria in cui faticosamente o con levità appare e sparisce una vecchia foto, un profilo, un volto, una silhouette mangiata dalla luce o dall’ombra. Certe volte, come in Dietro i vetri (2001) il viaggiare – qui senza parole – attraversa paesaggi fatti di forme quasi astratte, suoni elettronici, apparizioni improvvise e sfocate, per poi acquietarsi nella quasi immobilità del cielo, di una nuvola, del ripetersi tranquillo del rumore del mare sulla spiaggia. Altre volte lo spostamento nello spazio, il viaggio in treno, si rapprende nell’immagine di una casa di vacanza abitata nell’infanzia (Di ritorno, 2001), struggente percorso a ritroso (come in tapis roulants che portano indietro, dice il testo): e i muri scrostati della casa sono a loro volta sovrimpressioni: strati di intonaco, chiazze di pittura rovinate dal tempo su cui si staglia per un attimo, appena accennata, una foto di famiglia. E così è in Da lontano (2002), con l’intravisto della memoria che si fa ancor più rarefatto, come se i ricordi fossero inghiottiti da se stessi. Colori non naturalistici, chiazze, il senso della perdita irreparabile di luoghi e di tempi.
La ricerca di Santini si snoda nel panorama videoartistico coniugando la creazione di forme, suoni, colori, con un’istanza narrativa ora palese, ora più sommessa e discreta, sempre e decisamente in prima persona. La donna, il bambino, la casa, la tranquilla e calda luce di una stanza (Fermo del tempo, Petite mémoire, 2003) dialogano incessantemente con il partire, con l’inquietudine, con il rovello del tempo passato, perduto, ritrovato e ancora perduto. L’immobilità spesso fatiscente dei muri (come in Flòr da Baixa, 2004) e la fissità cristallizzata della fotografia si contrappongono all’andare incessante del treno e del mare. Porte, finestre, finestrini, oblò di aerei, intessono una conversazione muta – o fatta di sonorità palpabili, di sussurri, di musiche accennate – con l’esterno, spesso solo intravisto attraverso la pioggia o il vapore che creano sul vetro un ostacolo arabescato, un velo. E ai frammenti di memoria (una vacanza, un vivere diverso) si affiancano e si intrecciano frammenti di voci, sonorità evocate e lontane, come in Da qui, sopra il mare (2004): un tessuto sottile, come liso, usurato in certe zone dalla stessa labilità del ricordo, ora sfuggente ora preciso, ora presente ora scomparso. Ma non irrimediabilmente, sembra dirci l’opera di Santini: perché la ricerca con l’immagine e il suono, l’indagine sulla stessa labilità della trama elettronica, le metamorfosi che il video consente, possono restituirci qualcosa che credevamo perduto, porgerci all’improvviso un regalo inatteso.

In occasione della personale ‘Piccole memorie in valigia’, XVI Trieste Film Festival.
Gennaio 2006

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