rinaldo censi

Rinaldo Censi
FILMARE COME ALLENAMENTO ALLA VITA

“È un piccolo film”, mi dice Mauro Santini prima che inizi a vedere il suo splendido Attesa di un’estate (frammenti di vita trascorsa), presentato al Festival di Locarno nella sezione Fuori Concorso. Che cosa lascia intendere questa frase? Col tempo, mi sono fatto l’idea che anche un film di un minuto possa presentare complessità tali da sovrastare l’opera omnia di qualunque Autore canonizzato (lascio qui lo spazio che il lettore potrà riempire, inserendo chi preferisce). Dunque, è possibile che non esistano “piccoli film”, anche se somigliano – come questo – a un diario, a un journal intime. Per chi abbia un poco dimestichezza con i film realizzati da Mauro Santini, Attesa di un’estate (frammenti di vita trascorsa)non aggiunge nulla che già non sappia. O forse sì, perché questo film rende ancora più semplice, leggi diretto, il suo approccio verso le cose filmate. Per una volta, ad esempio, immagine e suono viaggiano sincrone, vanno di pari passo. Per chi debba invece ancora scoprire i lavori di questo filmmaker marchigiano, rimandiamo alla serata che Fuori Orario dedicherà a questo e ad altri suoi film, lunedì 26 agosto.

Mentre vedevo il film ho pensato a due cose: la prima è un’osservazione di Jean-Luc Godard, e cioè che qualunque filmmaker dovrebbe fare quotidianamente ses devoirs, i suoi compiti. Dovrebbe cioè fare ogni giorno qualche inquadratura, come un tennista impegnato ad allenarsi per mantenersi in forma (e il formato digitale lo permette). La seconda, prende alla lettera la prima: ho pensato al Diary che David Perlov, un filmmaker israeliano, ha girato negli anni con una 16mm, tra il 1973 al 1983, filmando la propria vita quotidiana, filmando la figlia Yael, osservandola crescere. Ecco: Attesa di un’estate (frammenti di vita trascorsa) si muove su queste coordinate di fondo. Possibile che filmando quotidianamente la vita si arrivi a comprenderla meglio? Non lo so, ma questo film mi ha fatto capire che ogni istante somiglia a una specie di enigma fissato e registrato nel tempo, un tempo di cui noi siamo l’ipotesi.

Frammenti: i lampi minacciosi di un temporale, una serie di fotografie a volte sbiadite, un ragazzino che suona il pianoforte (filmato a sua insaputa?), un gatto che si muove nella neve, la calma ovattata di interni, il cielo declinato a seconda delle variazioni meteorologiche, il vento, i campi di frumento, le onde del mare: c’è una specie di movimento gravitazionale che il film capta.

L’attesa non è altro che la percezione di questo moto terrestre, su cui noi facciamo da perno, ruotiamo: un tempo complesso, talvolta spazializzato sulla carta fotografica. Sarebbe bello poter dire i movimenti impercettibili, la pacatezza, oppure parlare dei violenti strappi del moto ondoso: tutto ciò che da questo film emerge (mi piace ad esempio che il suono non sia direzionato, ma sporco, completamente aperto, a volte selvaggio). Ma come dire la gioia, o l’improvvisa malinconia, al cinema? In poche parole: questo film va visto e sentito, non lo si può raccontare. E’ il suo grande pregio. Non mancate questo appuntamento.


pubblicato su ‘il manifesto’, martedì 20 agosto 2013 e su ‘doppio zero‘ il 23 agosto 2013

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