francesco cazzin

Francesco Cazzin
DIETRO I VETRI

Nel finale di Un jour à Marseille (Italia, 2006, 51′), c’è quest’incredibile costruzione rappresentativa che assolve da sola l’intero mediometraggio: una ragazzina, prima di scendere in acqua, guarda nell’acqua qualcosa che la mdp non coglie, mentre un anziano, dietro di lei, la osserva o la sorveglia. L’inquadratura è paradigmatica della poetica di Mauro Santini. Nei suoi corti, infatti, la sensazione di estraneità permea lo sguardo dello spettatore, che si ritrova in un certo senso ospite di un universo cui non appartiene e per questo non capisce, così come in Un jour à Marseille chi si trova al di qua dello schermo non capisce cosa stia guardando la ragazzina nell’acqua: lo spettatore non concepisce l’universo in cui si trova e perciò deve limitarsi a vederlo da distante, a contemplarlo, perché solo così gli è possibile immergersi in esso, abitarlo, quell’universo. Nella scena precedente a quella sopra descritta, per esempio, vediamo delle ragazzine guardare un individuo impegnato a pregare in un parco, ed è subito evidente come la loro curiosità, i loro occhi, il loro non-capire siano, trasfigurati su un piano metacinematografico, i nostri, e l’atteggiamento assorto, contemplativo, dell’uomo in preghiera è l’unico che ci è infine concesso, forse addirittura l’unico possibile. Ecco, Dietro i vetri (Italia, 2001, 9′) sembra portare all’estremo questa poetica dell’estraneità e della contemplazione, manifestando dunque una visività che è fondamentalmente pura e fine a se stessa: vediamo dietro i vetri, quindi non vediamo o, meglio, vediamo ciò che non si può vedere senza la rifrazione del vetro, il che, di fatto, è già un vedere il vetro, condizione di possibilità delle forme e dei colori che dietro di esso – grazie a esso – cogliamo collo sguardo. In un certo senso, il postmodernismo, con la sua grande aurea di santità finzionale, ha disgregato il mondo, portandoci a coglierlo come uno spettacolo fatto di situazioni in cui non crediamo più: la televisione non fa che mostrare situazioni che essa stessa crea, e anche il bombardamento su una scuola palestinese può non far sorgere quell’indignazione che è d’uopo nel momento stesso in cui si crede nella realtà di quell’evento, che è come se non ci riguardasse. «È il legame fra uomo e mondo a essersi rotto; l’impossibile che può essere restituito soltanto in una fede. La credenza non si rivolge più a un mondo altro o trasformato. L’uomo è nel mondo come in una situazione ottica e sonora pura. La reazione di cui l’uomo è privato può essere sostituita unicamente dalla credenza. Solo la credenza nel mondo può legare l’uomo a ciò che vede e sente. Bisogna che il cinema filmi, non il mondo, ma la credenza in questo mondo, il nostro unico legame»*. Ecco, io credo che Santini faccia sostanzialmente questo. Lui filma la trasparenza, ovvero non tanto ciò che traspare quanto la trasparenza stessa, l’occhiale che rende possibile il vedere, e così facendo rende possibile quel visibile – la sua concretezza sbiadita e la sua gioia d’esistere. È un atto unico nel suo genere, questo, e di una potenza espressiva che commuove, specie se aggregata alla considerazione che il gesto di Santini si pone davvero nella frattura che separa l’uomo dall’ambiente, tentando non di ricucirla, quella faglia, ma di gettare tra le sue due estremità un ponte in grado di ricondurre l’uomo all’ambiente che lo determina e senza il quale non sarebbe altro che un qualcosa di aleatorio e superfluo, perché l’uomo è sempre individuo + ambiente, come insegna Simondon**. Bene, questo ponte è il cinema, ma il cinema come schermo, come vetro dietro al quale siamo costretti, quindi non ancora cinema, piuttosto pre-cinema o, più precisamente, cinema puro perché fondamentalmente se stesso e nient’altro. Certo, sullo schermo appaiono forme, figure, colori, ma tutti questi elementi sono ineliminabili perché non esiste un vetro che sia visibile per sé, senza cioè che faccia trasparire quello che è dall’altra parte, e dunque anche lo schermo è costretto alla rappresentazione, poiché un vetro pulito è invisibile e uno schermo vuoto, che non mostra, non è uno schermo. Allora, è doveroso espungere dal vetro, anche solo in via teorica, gli elementi che non sono il vetro ma al di là del vetro e cogliere ciò che il vetro, a conti fatti, è: trasparenza. La stessa cosa si farà con lo schermo cinematografico e si scoprirà così che esso è condizione di visibilità, poiché le immagini che in esso vengono proiettate non sussisterebbero altrove. Trasparenza e visibilità, sebbene criteri forse eccessivamente concettuali, sono ciò che più ci appartiene, gli a priori attraverso i quali è possibile un’esperienza del mondo nel mondo, e non è dunque strano che Santini, in epoca postmoderna, tenti di recuperarli, questi criteri, e con Dietro i vetri, capolavoro estremo ed emozionante, ci riesce, e tutti noi dovremmo essergli grati per questo.

* Gilles Deleuze, L’immagine-tempo.
** cfr. Gilbert Simondon, L’individuazione psichica e collettiva.


pubblicato su ‘L’emergere del possibile’
emergeredelpossibile.blogspot.it/2014/08/dietro-i-vetri.html

 

Articoli Recenti